Occhi di donna, occhi che bisbigliano e ascoltano, fremono nella brezza leggera che agita le foglie, osservano immobili l’auto che accosta. La portiera si richiude leggera. Un uomo è fermo sul ciglio della strada, prima di attraversare si volta, con lo sguardo sfiora quegli occhi  ma non li vede. Si avvia, il rumore dei passi si mescola al brusio del traffico che scorre lontano.

Due ombre si muovono decise, seguono l’uomo oltre gli alberi del viale, si affrettano, si avvicinano furtive. Sono un fruscio che attraversa l’aria, sono occhi di donna: occhi immobili, tragici, spaventati. Impugnano le armi, le braccia scivolano lungo le gambe, le mani stringono il calcio della pistola madido di sudore. Un bisbiglio rotto dalla tensione poi una voce risuona, chiama l’uomo per nome: Georges?

Occhi di donna, occhi che si guardano stupefatti, occhi che corrono sulla linea retta di una rivoluzione senza popolo.

Georges si volta, sorride. Georges non vede ma sente l’esplosione dei colpi, sente i proiettili che lo assalgono, che lo spingono lontano tra i sussulti. Cade, precipita, le gambe lo abbandonano, l’asfalto gelido gli accarezza la nuca. Ha sonno, ma non vuole dormire, ha cento domande e nessuna risposta. I pensieri sono alla deriva in un mare senza stelle, immerso in un nero sempre più buio. Georges ha paura, sente un’ombra prendergli la valigetta che ancora stringe nella mano. Sente il sangue che cola goccia dopo goccia verso le fogne. Sente il corpo disteso davanti al portone di casa gemere in silenzio. Sente il traffico, il vento, l’odore della polvere. Sente la porta aprirsi, sente lo sguardo perso di sua moglie che trattiene un grido strozzato. Sente una carezza tra le lacrime, sente il dolore che lo attraversa e che non lo abbandona, sente le sirene avvicinarsi lontane. Georges vede se stesso riflesso in quegli occhi di donna, occhi che corrono, ombre buie della storia che fuggono nel traffico luminoso della città.

Georges Besse

 

16, boulevard Edgar-Quinet

17 Novembre 1986.