Cyrus sapeva che sarebbe successo. il potere non tollera. Cambiano gli uomini, i governi, le idee, ma lui, il potere, resta immutabile e paziente. Resta immobile a guardare. Osserva attentamente dalla finestra lo spettacolo che gli uomini mettono in scena per sentirsi liberi. Fissa lo sguardo su colui che, acclamato e applaudito, manipola la folla. Aspetta che le bandiere cambino colore poi comanda, ordina, invia messaggi cifrati ad agenti segreti in abiti per bene. Il potere ha le mani pulite dell’avido, ha l’ambizione dell’eternità. Il potere uccide, liquida, ammazza, sopprime. Il potere, non calca il palcoscenico, non tira i fili delle marionette, troppo piccole e fragili per durare nel tempo. Osserva e lascia che sia. Lui sa che i personaggi della commedia arbitraria che si svolge nella piazza tra grida e manganelli quella sera stessa saliranno le scale per bussare alla sua porta. Aprirà, come ha sempre fatto, e senza rimorsi prenderà dall’armadio una lista di azioni e tributi talmente sgualcita che solo l’ambizione potrà interpretarla, poi con gentilezza poserà quel foglio nelle mani dell’uomo più avido. Richiuderà la porta e tornerà alla finestra. Per qualche anno resterà immobile dietro al vetro di quel palazzo qualunque, in silenzio scruterà la piazza improvvisamente immobile. Riderà e urlerà di sconforto, ascolterà inebriato discorsi senza senso, sorriderà dei complotti e delle rivoluzioni che non avverranno, borbotterà suoni incomprensibili sugli orrori, i morti, le purghe, finché tutto, un giorno, tacerà. Solo allora spegnerà la luce, infilerà un pigiama grigio, e si coricherà rimboccando attentamente le coperte. Dormirà un sonno senza sogni, finché nuove urla e nuove grida saliranno fino alla finestra, insistenti, rabbiose. Allora ritroverà il cielo grigio che filtra dai vetri. Si vestirà senza fretta e si avvierà alla porta, scenderà le scale, attraverserà la città con passo deciso e riprenderà dalle stesse o da altre mani quel pezzo di carta sempre più illeggibile. Ritornerà verso la piazza, risalirà le scale e lo riposerà nell’armadio. Dietro le ante aperte guarderà le storie lontane che lui stesso, il potere, ha intarsiato con legni pregiati. Affilerà scalpelli e sgorbie e si metterà al lavoro senza fermarsi finché il racconto dell’ultima nuova storia prenderà forma. Poi, ritornerà lentamente alla finestra per osservare il colore delle nuove bandiere. Nella piazza si susseguono già grida e silenzio, un groviglio di suoni muti che colpiscono il vetro.

Cyrus cammina chino sui propri pensieri, attraversa la strada e si dirige verso casa. Alle spalle rumori di passi, un’ombra si mescola alla sua, scorre veloce al suo fianco, sempre più veloce. Ne sente il respiro. Un presentimento a cui non vuol dar credito, per un istante, gli riempie la mente.

Cyrus abbassa lo sguardo sulle mani che stringono le chiavi, allunga il passo, sente l’istinto di fuggire, ma non scappa, cammina. Sente sussurrare, un bisbiglio che esplode tra i colpi di pistola improvvisi.  Il corpo crolla, cade davanti al portone, le chiavi rimbalzano lungo il muro. Lentamente il sangue si spande sul marciapiede. Negli occhi lo stupore della paura, le pupille spalancate fissano le auto parcheggiate sul ciglio della strada. Sapeva, l’aveva sempre saputo, da quando aveva scelto l’esilio, da quando altre morti, in altre città, erano state annunciate.

Dalle finestre dei volti si affacciano, bisbigliano curiosi mentre osservano un’ombra fuggire oltre la curva, il sole riverbera nel tramonto sui muri e sull’asfalto. In lontananza un’auto si allontana in fretta, le gomme stridono all’incrocio. Scompare. Il potere è già lontano, camuffato dietro la barba bianca di un vecchio del deserto.

Cyrus Elahi

8, rue Bourdelle

23 Ottobre 1990.